“SE QUESTO È UN UOMO” di Primo Levi | recensione

recensione se questo è un uomo primo levi

Ero stato catturato dalla Milizia il 13 dicembre 1943. Avevo ventiquattro anni, poco senno, nessuna esperienza, e una decisa propensione, favorita dal regime di segregazione a cui da quattro anni le leggi razziali mi avevano ridotto, a vivere in un mio mondo scarsamente reale, popolato da civili fantasmi cartesiani, da sincere amicizie maschili e da amicizie femminili esigue. Coltivavo un moderato e astratto senso di ribellione.

Avevo iniziato a leggere Se questo è un uomo di Primo Levi esattamente un anno fa. Dopo alcuni capitoli ha abbandonato il libro perchè non riuscivo a leggere delle brutalità subite da Levi e da milioni di altri uomini. Sapere di avere tra le mani non un romanzo ma una testimonianza storica di un fortunato, di un sopravvisuto, mi ha dilaniato. Non ho però dimenticato questo libro, d’altronde non sarebbe possibile, e in queste settimane l’ho ripreso in mano riuscendo finalmente a terminarlo.


se questo è un uomoSE QUESTO È UN UOMO
di Primo Levi

Editore: Einaudi
Anno 1ª edizione: 1947
214 pagine

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Voto
★ ★ ★ ★ ★


Dopo vari rifiuti dalla casa editrice, Se questo è un uomo è stato pubblicato per la prima volta solo nel 1947, due anni dopo la liberazione di Primo Levi dal campo di concentramento di Auschwitz. Uno dei motivi per cui Cesare Pavese – che all’epoca lavorava presso la casa editrice – rifiutò la pubblicazione dell’opera era perchè in quegli anni erano stati già pubblicati troppi libri sui campi di sterminio. Fu dunque un bene che Levi si rivolse ad una piccola casa editrice che accettò di mettere al mondo un’opera così preziosa per la memoria.

Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisognoso, dimentico di dignità e discernimento, poichè accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine «Campo di annientamento», e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.

La testimonianza di Primo Levi del suo anno di prigionia è straziante, cruda, vivida. Una ferita aperta, infetta, non predisposta alla guarigione.  Eppure, come più volte sottolinea lo stesso scrittore, le condizioni di prigionia in quegli ultimi anni erano notevolmente migliorate perchè vi era necessità di mano d’opera e le eseguzioni non erano più massicce. Nonostante questo, la fotografia del campo che Levi tratteggia è agghiacciante: uomini spogliati di tutto e privati di ogni dignità. I giorni trascorsi nel campo si caratterizzano di una quotidianità surreale e macabra: presto tutti gli internati fanno i conti e si abituano alla fame, alla sete, alla morte, ai pidocchi, ai furti, alle esecuzioni, alle vesciche, al freddo, all’olezzo, alle botte. In queste condizioni Levi sottilinea il facile desiderio di abbandonarsi, di lasciarsi andare, dimenticando la buona educazione e gli insegnamenti che in una società di uomini liberi rendono possibile una pacifica convivenza. Per questo è importante l’incontro con Lorenzo, il quale più volte gli rammenta di non dimenticare la sua bontà, di non lasciarsi imbruttire e incattivire da ciò che lo circonda. Più volte gli ricorda che nonostante tutto è un uomo e non una bestia. 

…io credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa o qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura; qualcosa di assai mal definibile, una remota possibilità di bene, per cui tuttavia mettere conto di conservarsi.

Ciò che più colpisce di questa preziosissima testimonianza è il racconto in prima persona. Levi è protagonista e narratore allo stesso tempo; immedesimarsi nel suo racconto è facile e terribile: si ha la sensazione di vivere il lager sulla propria pelle. Levi, da buon uomo di scienza, racconta la sua sopravvivenza con lucidità e chirurgica precisione. Più che un racconto il suo sembra una fotografia, alla stregua degli scrittori veristi Primo Levi racconta senza mai istigare all’odio e senza mai lasciarsi andare a giudizi morali. Il suo è un semplice resoconto che aveva cominciato a scrive già negli ultimi mesi di internamento, giovando del ruolo di chimico che ricoprì e che gli permise di avere una scrivania e un cassetto dove poter custodire quelle che sarebbero state le prime bozze di Se questo è un uomo.

Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice

Ciò che mi ha sconvolto più di tutto è sapere che quello che Levi ha raccontato è accaduto realmente, in un tempo non molto lontano da noi. Come ha potuto l’uomo pensare ed attuare tutti questi orrori? Come si è arrivati a tutto ciò? Nonostante queste testimonianze, solo nel 2001 è stata istituita la Giornata della Memoria e, in prefazione al libro, Levi avverte l’urgenza di sottolineare che “mi pare superfluo aggiungere che nessuno dei fatti è inventato“.  Pechè Levi avverte il bisogno di sottolineare quello che per noi oggi è un dato di fatto? Oggi,infatti,  risulta assurda una frase del genere, ma forse dopo la guerra erano ancora in molti a mettere in dubbio l’esistenza dei campi, nonostante avessero molti più testimoni di quanti ne disponiamo noi oggi.

Ed è questo il ritornello che da tutti ci sentivamo ripetere: non siete più a casa, questo non è un sanatorio, di qui non si esce che per il Camino (cosa vorrà dire? Lo impareremo bene più tardi).

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