“IL CANTO DI PENELOPE” di Margaret Atwood | recensione

il canto di penelope recensione margaret atwood

Da quando sono morta – da quando ho raggiunto questa condizione di senza ossa, senza labbra, senza petto – ho imparato cose che avrei preferito non sapere, come succede se si orglia dietro le finestre o si aprono le lettere degli altri. Credete che vi piacerebbe leggere nelle menti? Ripensateci.

Nel 2005 Margaret Atwood regala ai suoi lettori una rivisitazione del grande poema omerico, l’Odissea, raccontato da una voce femminile: Penelope.
La curiosità che mi ha mosso a leggere Il canto di Penelope è stato proprio l’idea di offrire ad una delle donne più importanti del poema, la sua versione dei fatti. Leggere l’Odissea dalla parte di chi è rimasto a casa, di colei che ha dovuto proteggere il suo regno, il suo onore e il suo amore è stata un’esperienza fantastica.

Quanto a me…dicevano che ero bella, dovevano dirlo, prima perchè ero una principessa, poi perchè ero regina, ma la verità è che, sebbene non fossi deforme e nemmeno brutta, non avevo niente da far ammirare. Ma ero intelligente: considerati i tempi, molto intelligente. Pare che fossi nota per questo, per l’intelligenza. E poi per la tela che tessevo, per la devozione a mio marito e per la mia riservatezza.


2200614IL CANTO DI PENELOPE
Il mito del ritorno di Odisseo

di Margaret Atwood

Editore: Rizzoli
Titolo originale: The penelopiad:
The Myth of Penelope and Odysseus
Anno 1ª edizione: 2005
153 pagine

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Voto
★★★☆☆


Il romanzo, quindi, è raccontato dalla voce della stessa Penelope che, dall’Ade – il Regno dei Morti -, decide di offrire al mondo il suo punto di vista sugli eventi che, grazie all’Odissea, hanno fatto di Ulisse l’eroe per eccellenza. Attraverso la sua voce, la Atwood ci presenta una verità diversa, dal sapore tutto femminile alla quale affianca quella delle dodici ancelle che furono impiccate, per tradimento, da Ulisse ritornato finalmente ad Itaca.

[…] gli raccontai un sogno: mentre il mio stormo di oche, bianche e belle, che mi piaceva tanto, becchettava nel cortile, un’enorme aquila con un becco ricurvo vi era piombata sopra e aveva ucciso tutte le oche, e io avevo pianto a lungo.
Il mendicante Odisseo mi fornì questa interpretazione: le oche erano i pretendenti e l’aquila mio marito, che li avrebbe presto uccisi. Non mi sembrò il caso di insistere su qual becco ricurvo e sul mio dolore per la morte di quelle oche che mi erano tanto care.
L’interpretazione di Odisseo era sbagliata. Lui sì, era l’aquila, ma le oche non erano i pretendenti. Le oche erano le mie docici ancelle, presto sarebbero morte e il mio dolore sarebbe stato senza fine.

Libera finalmente dal timore di una vendetta da parte degli dei, Penelope racconta la sua sottomissione, il suo amore e la sua dedizione ad un uomo noto per la scaltrezza, con la quale ha creduto di poterla persuadere e plasmare al suo volere. E invece lei, dall’alto della sua intelligenza è riuscita ad amarlo – di un sentimento vero – senza rinunciare o modificare il carattere e la personalità. “L’acqua va dove vuole andare e niente le si può opporre. L’acqua è paziente. L’acqua che gocciola consuma una pietra. Ricordatelo, bambina mia. Ricordati che per una metà sei acqua. Se non puoi superare un ostacolo, giragli intorno. Come fa l’acqua “. Seguendo il consiglio della madre – una naiade – Penelope non si oppone al volere degli deii e aspetta il ritorno di suo marito; impara a gestire un regno, la servitù e le fattorie; si ingegna a tenere a bada i pretendenti con lo strataggemma del sudario e fa delle dodici ancelle le sue orecchie e i suoi occhi. Una donna duque forte, intelligente e determinata quella che viene tratteggiata dalla penna della Atwood che vuole urlare al mondo quanta parte ha avuto nella nascita del mito di Ulisse. Un impegno che nella versione ufficiale dell’Odissea non viene riconosciuto e ogni merito viene attribuito esclusivamente ad Ulisse.

Un romanzo possente ed intenso che, in appena 150 pagine, mostra la solitudine e l’isolamento di una donna a cui la storia letteraria non ha – forse – riconosciuto il giusto valore.

Non avevo aspettato, e aspettato, e aspettato, vincendo la tentazione – quasi un impulso – a comportarmi in altro modo? E che cosa ho raccolto, una volta che si è affermata la versione ufficiale?
Sono diventata una leggenda edificante. Un bastone con cui picchiare altre donne. Non avrebbero potuto essere più assennate, oneste, pazienti com’ero stata io? Questa era la linea seguita dagli aedi, dai cantastorie. Non seguite il mio esempio, voglio gridarvi nelle orecchie – sì, nelle vostre orecchie! Ma quando cerco di gridare, la mia voce è quella di un gufo.

 

Tiziana

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