“L’INCUBO DI HILL HOUSE” di Shirley Jackson | recensione

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Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola.

Pubblicato per la prima volta nel 1959, L’INCUBO DI HILL HOUSE è il primo romanzo che leggo della scrittrice Shirley Jackson, forse più conosciuta ed apprezzata per il romanzo “Abbiamo sempre vissuto nel castello”.
Ho iniziato L’incubo di Hill House perchè avevo voglia di leggere non solo un genere letterario diverso ma, soprattutto di un horror. Mentre leggevo però, e più andavo avanti, avevo la sensazione di conoscere già la trama, di averla in qualche modo già vissuta. In effetti avevo ragione, qualche anno fa avevo visto al cinema ” The Haunting. Presenze” che all’epoca non sapevo fosse tratto da un libro. Ovviamente ho finito per apprezzare molto il libro nonostante conoscessi già le vicende dei personaggi sebbene film e libro differiscono per molte cose.


l'incubo di hill house shirley jackson recensioneL’INCUBO DI HILL HOUSE
di Shirley Jackson

Editore: Adelphi
Titolo originale: The Haunting of Hill House
Anno 1ª edizione: 1959
281 pagine
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Voto
★★★★


Hill House è una vecchia dimora arroccata sulle colline e completamente isolata dal resto del mondo nella quale l’antropologo e ricercatore di fenomeni paranormali, John Montague, decide di condurre un esperimento “per approfondire le varie storie raccapriccianti che erano circolate sulla casa per quasi tutti gli ottant’anni della sua esistenza”. Le persone coinvolte e invitate a trascorrere parte dell’estate nella casa infestata sono Eleanor Vance, 32 anni, undici dei quali trascorsi ad assistere la madre invalida ormai deceduta;  Theodora, un’allegra ragazza finita nella lista del prof Montague perchè, durante un’esperimento di telepatia, aveva indovinato 18 carte su 20.
Luke Sanderson, bugiardo, ladro e futuro erede della casa. Ad accogliere il quartetto nell’oscura dimora, i coniugi Dudley, una coppia, inquietante tanto quanto la casa, che abita  a sei miglia dal maniero nella vicina Hillsdale.

«Metto la cena sulla credenza e me ne vado» continuò Mrs. Dudley. « Prima che cominci a far buio. Me ne vado prima che faccia notte».
«Lo so» disse Eleanor.
«Noi abitiamo in paese, a sei miglia da qui».
«Sì» disse Eleanor, ricordandosi di Hillsdale.
«Perciò non ci sarà nessuno intorno se ha bisogno d’aiuto».
«Ma non credo…»
«Non la sentirebbe nessuno. Quelli più vicini stanno in paese. Nessun altro è disposto ad avvicinarsi più di così».
«Lo so» disse Eleanor, stanca.
«Di notte,» disse Mrs. Dudley, e le sorrise apertamente «al buio». E chiuse la porta alle spalle.
A Eleanor venne quasi da ridere al pensiero di gridare «Mrs. Dudley, aiuto, ho paura del buio!», e poi rabbrividì.

Vera protagonista del romanzo è la casa, un orrifico maniero che sembra vivere di vita propria. Pare che respiri, segua i suoi abitanti con uno sguardo malefico e minaccioso; le porte si chiudono da sole, improvvisi aliti di vento e aria gelida costringono il quartetto ad evitare certe stanze.

La casa era abominevole. Rabbrividì e pensò, mentre le parole si affacciavano libere alla sua mente, Hill House è abominevole, è infetta; vattene subito di qui.

La bellezza del romanzo si concentra e si sostanzia proprio nella sua capacità di creare terrore, di porsi delle domande e di cercare risposte razionali ad eventi che di razionale non hanno nulla. La narrazione è sempre calma, quasi sottotono ma i momenti di manifestazioni paranormali sono raccontati con un movimento in crescendo da togliere il fiato; mi sono ritrovata anche io a trattenere il respiro ad esserne terrorizzata e, al tempo stesso, ad essere curiosa di sapere cosa stesse succedendo ( soprattutto quando i fenomeni si manifestavano dietro porte rigorosamente chiuse, e tu lettore, sei nella stanza insieme ai protagonisti).
Il romanzo ha un finale aperto in cui nulla si risolve e tutto può ancora accadere. In questo ho apprezzato molto di più il film che, non solo regala un finale ben preciso ma rivisita la trama investendo abbondantemente su Hugh Crain, costruttore di Hill House, e sulla sua storia familiare, che invece nel libro viene solo accennata all’inizio e in parte ripresa in alcune occasioni.
E’ chiaro che Shirley Jackson abbia giocato sull’aspetto psicologico della situazione e sulla sottile inquietudine generata da voci, presenze, strane scritte che compaiono sui muri; ma anche sulla strana conformazione della casa i cui effetti ottici e le irregolari inclinazioni generano sentimenti di spaesamento e malessere. Tutto questo influisce sulla razionalità, sui sentimenti e sulla sensibilità dei protagonisti che giungono a fine libro sensibilmente provati e smarriti. Eleanor prima fra tutte subisce gli attacchi della casa e sente di esserne in qualche modo coinvolta, ed è, infatti, colei che non riesce a scindere il razionale da ciò che non lo è, finendo per diventare succube della malvagità della casa.

Quanto a Hill House, che sana non era, si ergeva contro le colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola.

Buona Lettura,
Tiziana

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