“SIDDHARTHA” di Herman Hesse | recensione

recensione Siddhartha herman hesse

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SIDDHARTA
di Herman Hesse

Editore: Adelphi
Anno edizione: settembre 1985
198 pagine

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Voto
★★★★★

 

 

Una meta si proponeva Siddhartha: diventare vuoto, vuoto di sogni, vuoto di gioia e di dolore. Morire a se stesso, non essere più lui, trovare la pace del cuore svuotato, nella spersonalizzazione del pensiero rimnere aperto al miracolo, questa era la sua meta.

Erano anni che desideravo leggere Siddhartha, lo rigiravo tra le mani ogni volta che mi accingevo ad iniziare una nuova lettura, per poi riporlo al suo posto e iniziare qualche altro libro. Per questo motivo sono pienamente convinta che i libri abbiano il potere di sceglierci, di carpire quando giunge il loro momento e di diventare irresistibili, altrimenti non mi spiego come mai mi sono ritrovata con il libro in mano e immersa nella lettura. Con il senno di poi sono felice di aver rimandato la lettura per così tanto tempo, semplicemente perchè prima non lo avrei apprezzato degnamente e con lo spirito giusto.

 

SINOSSI

Chi è Siddharta? È uno che cerca, e cerca soprattutto di vivere intera la propria vita. Passa di esperienza in esperienza, dal misticismo alla sensualità, dalla meditazione filosofica alla vita degli affari, e non si ferma presso nessun maestro, non considera definitiva nessuna acquisizione, perché ciò che va cercato è il tutto, il misterioso tutto che si veste di mille volti cangianti. E alla fine quel tutto, la ruota delle apparenze, rifluirà dietro il perfetto sorriso di Siddharta, che ripete il “costante, tranquillo, fine, impenetrabile, forse benigno, forse schernevole, saggio, multirugoso sorriso di Gotama, il Buddha, quale egli stesso l’aveva visto centinaia di volte con venerazione”.

Completamente immersa nelle prime pagine ho proceduto nella lettura convinta che quello che stavo leggendo fosse il percorso di formazione di Buddha e che fosse anche un tantino noiosetto. Ma, a mano a mano che procedevo, mi sono accorta che qualcosa nel registro narrativo non seguiva proprio i canoni di una conversione e formazione “religiosa”.
Il romanzo infatti racconta la storia di Siddhartha un giovane indiano nato tra i brahamini e cresciuto secondo la loro dottrina alla quale però, una volta diventato adulto, non riesce a sottostare perchè non risponde più alle sue esigenze.

Siddharta aveva cominciato ad alimentare in sé la scontentezza.
Aveva cominciato a sentire che l’amore di suo padre e di sua madre, e anche lo amore dell’amico suo, Govinda, non avrebbero fatto per sempre la sua eterna felicità, non gli avrebbero dato la quiete, non l’avrebbero saziato, non gli sarebbero bastati. Aveva cominciato a sospettare che il suo degnissimo padre e gli altri suoi maestri, cioè i saggi Brahmini, gli avevano già impartito il più e il meglio della loro saggezza, avevano già versato interamente i loro vasi pieni nel suo recipiente in attesa, ma questo recipiente non s’era riempito, lo spirito non era soddisfatto, l’anima non era tranquilla, non placato il cuore.

Pertanto il giovane decide di lasciare la casa paterna per iniziare un lungo peregrinare, privo di vincoli, leggi e obblighi. Un viaggio senza meta alla ricerca e alla scoperta di sè stesso. Un viaggio che comincia in compagnia dell’amico Govinda con il quale si unisce ai Samana, un gruppo di asceti che vivevano di nulla spersonalizzando l’Io attraverso il dolore, la fame, la sete e la stanchezza. Fondamentale per la sua formazione è l’incontro con Buddha il quale, come una goccia di alcol sulle braci, ha il potere di risvegliare l’ardore della sua anima nella ricerca dell’Io.
Siddhartha procede così nel suo cammino di conversione e ricerca, lasciandosi alle spalle il fedele amico che fino a quel momento lo aveva seguito e accompagnato come un’ombra. Govinda infatti decide di rimanere con i Samana, mentre Siddhartha approda un una nuova città dove conosce Kamala una cortigiana che lo istruirà sull’amore nella sua veste affettiva e propriamente fisica. Grazie al suo aiuto dismette i panni di mendicante e abbandona per un pò la sua “missione”. Siddhartha dunque per molti anni si crogiola nei piaceri più terreni e grazie a Kamaswami (un ricco commerciante) si dedica anima e corpo al suo lavoro accumulando ricchezze che sceglie di  sperperare in regali e nel gioco d’azzardo. Ma la sua anima non ha smesso di cercare e guardare alle  “cose alte”, motivo per il quale questa nuova vita comincia a stancarlo e a disgustarlo spingendolo nuovamente verso la retta via.

Il mondo l’aveva assorbito, il piacere, l’avidità, la pigrizia, e infine anche quel peccato ch’egli aveva disprezzato e deriso come il più stolto di tutti: l’avarizia. Anche la proprietà, il possesso e la ricchezza s’erano infine impossessati di lui, non erano più per lui inezia e gioco, ma erano diventati peso e catena.

E così, sotto il peso del suo Io che fatica a riconoscere e che chiede rettitudine, Siddhartha abbandona tutto e  torna a pellegrinare senza meta, vivendo di privazioni, stenti e sacrifici, fino a quando incontra Vasudeva.
Vasuveda è un semplice ed onesto barcaiolo che oltre ad offrigli ospitalità prima e una possibilità di poter rimanere dopo, gli insegna ad ascoltare il fiume, ad interrogarlo sul mondo, sulle sue questioni e sugli uomini. Grazie al barcaiolo il brahamino ritorna ad impossessarsi del suo Io, riesce a ritrovare l’armonia e il contatto con il mondo, acquista saggezza e, quando sul finire del libro scopre che Kamala ha partorito suo figlio, Siddhartha raggiunge finalmente il nirvana e diventa lui stesso un Buddha.

Lentamente fioriva, lentamente maturava in Siddhartha il riconoscimento, la consapevolezza di che cosa fosse davvero la saggezza, quale la meta del suo lungo cercare. Non era nient’altro che una disposizione dell’anima, una capacità, un’arte segreta di saper pensare in qualunque istante, nel pieno della vita, il pensiero dell’unità, di saper sentire e respirare l’unità. Lentamente questo fioriva in lui, gli raggiava incontro dal vecchio volto infantile di Vasudeva: armonia, consapevolezza dell’eterna perfezione del mondo, sorriso, unità.

Siddhartha è uno di quei libri che non smetterà mai di affascinare e di stupire i lettori, sarà sempre un evergreen. Nelle sue molteplici vesti interpretative questo piccolo libricino ha il potere di formare il suo lettore perchè, sebbene il protagonista compia un percorso molto particolare e strttamente legato alla religione indiana, in fin dei conti incarna un pò tutti noi. Ecco perchè può essere considerato un romanzo di formazione: tutti abbiamo una meta, ci prefissiamo degli obiettivi – a lungo e a breve termine – e seguiamo una strada che ci porta verso quegli obiettivi. Ma la strada spesso è accidentata e ogni tanto – con volontà o meno – ci allontaniamo dal percorso smarrendoci, perdendo di vista la nostra meta. Ma d’altronde sbagliare humanum est e, in molti casi, l’errrare diventa la spinta che ci porta a redimerci e a trovare nuovamente la strada giusta (non tutti i mali vengono per nuocere, insomma ).
Tutto questo viene raccontato con una freschezza di stile che non mi aspettavo e che mi ha piacevolmente stupito. Herman Hesse coniuga abilmente lirica ed epica rendendo il suo un romanzo simbolo dell’inquietudine adolescenziale alla costante ricerca del sè e della propria individualità.

 

 

Tiziana

 

 

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7 pensieri riguardo ““SIDDHARTHA” di Herman Hesse | recensione

  1. Adoro siddharta. Io l’ho letto quando avevo all’incirca 16 anni, quanto mio zio, in uno stato di irrequietezza in cui ero, me ne consiglió la lettura. Ed effettivamente mi si apri un mondo, iniziai a percepire le cose attorno a me in modo diverso. Sicuramente se lo rileggessi ora capire ancor più cose!

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